In Italia la parola fallimento fa paura.

Se fallisci sei un perdente. Se fallisci sei un fallito. Se fallisci sei fottuto. Questo è il pensiero che ci ossessiona appena seduti alla scrivania. Non la voglia di lavorare bene, non la voglia di innovare o di rischiare ma la necessità di evitare il fallimento. Perché ci hanno insegnato che:

Non puoi fallire. Non puoi sbagliare. Non puoi commettere errori. Non ti è concesso: non hai la libertà di mancare l’obiettivo, di fare un buco nell’acqua.

Quello che ci è negato dalla cultura italiana è l’opportunità di cadere. Così facendo ci viene negato anche il diritto di imparare. E’ una questione genetica, è nel nostro DNA di lavoratori. Abbiamo tatuato in fondo alle ossa l’ansia da prestazione. E fa male. Tanto.

Perché è tanto sbagliato credere che fallire non sia la strada giusta per imparare, per crescere ed innovare? Perché alla fine della notte l’unico canto che deve risuonare è quello del “Vincerò” di Pavarotti. Vogliamo vincere, primeggiare. Senza pagarne lo scotto, senza passare attraverso il normale processo di crescita (personale o professionale che sia).

Per rialzarsi bisogna prima cadere.

fallire

Se non cadi non impari. Non vai avanti. Non ricominci. Non risali in sella. Ti fermi, piangi sul latte versato e rimugini sul passato in eterno. Quando si sbaglia e non si ha nel DNA la cultura del fallimento difficilmente si potrà pensare di imparare (veramente, non solo a titolo di auto-convincimento) dall’errore. Solo sbattendo con la faccia per terra puoi andare dal medico e capire come sistemare le cose. Solo mettendoti con le spalle al muro si è in grado capire quando sei arrivato. Qui se “si arriva” sei finito. Quando (e se) “si arriva” la porta è già bella e che chiusa. La domanda è P E R C H È!

Una bella domanda, vero? La risposta cambia in base alla persona a cui la si pone, ovviamente. Spesso si sentiranno deboli “Così va, perché cambiare?”, per altri l’importante “è provare a rialzarsi” ma non ci credono nemmeno loro. Per pochi (davvero pochi, troppo), gli irriducibili, risponderanno con fierezza che

Fallire è come respirare: se non si sbaglia, non si impara. Fallire è comunicare. Capire. Comprendere. Crescere

Crescere è una di quelle parole che in Italia fa paura. La Repubblica dei Bamboccioni: a trent’anni siamo ancora a casa con mamma e papà. Quelli non ci fanno fallire, non ci fanno cambiare. Non innoviamo, le startup non crescono, non diventano aziende. Siamo lo stato degli universitari a vita, ci parcheggiamo lì per non sbagliare.

fallire

La verità? Siamo lavativi, troppo abituati ad avere tutto e subito, i nostri valori sono la critica all’ultimo errore degli altri, ne godiamo, lo analizziamo, lo innalziamo ad esempio per non sbagliare. Nell’Antico Testamento c’è un proverbio che dice:

“Perchè guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?”

Perché scomodare la Bibbia? Perché, per una volta, ha ragione. Siamo talmente abituati a giudicare, ad avere paura di aver paura, della possibilità di sbagliare che non godiamo del fallimento, se non di quello altrui. Perché accettare di essere umani significherebbe doversi confrontare con la vita e non ne siamo capaci.

Come si impara a sbagliare? Semplice:

  1. Osa
  2.  Prova a crescere
  3.  Emergi
  4.  Sperimenta
  5.  Cogli le opportunità

La risposta? Alzate il culo e crescete. Fallite ora e sorridete perché avete appena capito cosa significa crescere. Tu da che parte stai?