Da giorni ormai l’etere è saturo di opinioni sulla Brexit: esperti di politica, esperti di economia, finti esperti su Facebook, esperti di finti esperti su Facebook… L’unica esperienza che io ho, è quella del mio anno da immigrata europea in Inghilterra. Un posto che pensavo di conoscere, che pensavo di essere riuscita a capire. Ma quel venerdì di Giugno, seduta al computer all’alba, l’unico pensiero coerente nella mia mente totalmente allibita era: “Non riconosco questo paese.”

Due telefonate da dei compagni di università in Inghilterra e la mia incredulità riceve man forte: non lo riconosco io e non lo riconoscono neanche loro. La fase della negazione. Megan riesce a dire solo: “What have they done…?” prima di attaccare la cornetta.

MA CHI SONO QUESTI “THEY”?

È un istinto di difesa il dissociarsi dagli altri nel momento in cui la responsabilità ricade sulla massa. In questo caso non per paura di essere ingiustamente confusi coi responsabili, bensì per paura di riconoscersi tali e quali a loro. Gli inglesi hanno votato per uscire e non se ne capacitano. Il paese intero è ancora in questa fase di negazione, come lo sono stata io per le prime ventiquattro ore. La colpa viene ancora scaricata sulla percentuale di anziani che ha votato, sui bigotti delle contee del nord… chiunque da cui sia facile prendere le distanze. Riconoscere che quelle “minoranze” in realtà siano state la maggioranza è difficile.

Brexit: l'Inghilterra vota per uscire dall'UE

All’annuncio della Brexit, ai miei amici d’oltremanica che parlavano indignati di “divisione generazionale” ho mostrato ciò che avevo visto sui social media quella mattina: decine di giovani, non più vecchi di noi, stappare bottiglie di champagne e inneggiare alla prima “festa di indipendenza” inglese (commossi per essere scampati ad un organismo collegiale in cui avevano diritto di voto, beatamente ignoranti di cosa voglia dire essere davvero sudditi). Ciò dimostra quanto questo sentimento nei confronti dell’UE non sia solo una prerogativa di qualche nonno reazionario, bensì qualcosa di più radicato.

CON LA BREXIT LA COMPETIZIONE HA VINTO SULLA COLLABORAZIONE

La domanda che più mi è stata fatta dagli italiani è cosa sia successo alla storica tradizione multiculturale dell’Inghilterra. Personalmente, non credo che la decisione sia collegata ad un’improvvisa epidemia di razzismo, quanto più che sia stata naturalmente alimentata da una storica mania di grandezza che l’Inghilterra ha sempre avuto. Ciò che molti non capiscono è che l’Inghilterra non ha voluto allontanarsi da un’istituzione multiculturale: ha voluto allontanarsi da un’istituzione che le chiedeva dei sacrifici.

L'inghilterra abbandona l'UE

L’Unione Europea è il traguardo raggiunto dopo anni di conflitti mondiali, quando i paesi fondatori finalmente decisero di dare la precedenza alla collaborazione (piuttosto che alla competizione) internazionale. A scatenare la Prima, e poi la Seconda, Guerra Mondiale erano stati nazionalismi sempre più aspri, celati dietro giustificazioni di patriottismo ed individualismo.

Proprio l’individualismo è una di quelle cose a cui l’Inghilterra (culla dei capitalisti) non ha mai potuto rinunciare. Negli ultimi mesi trascorsi lì, mi sono accorta che, radicato nel cuore degli inglesi, c’è molto più della naturale parzialità per il proprio paese: sto parlando di una sentita convinzione della sua eccezionalità. Anche dentro l’UE, esso è sempre stata “l’eccezione”: fuori dall’Euro, fuori dall’area Schengen… esenzioni, privilegi e rimborsi fiscali senza paragoni.

A SELF-MADE COUNTRY OF SELF-MADE MEN

Ora, accanto a tutte le analisi socio­-economiche di cui siamo già stati (e continueremo ad essere) inondati, io rispolvererei un umilissimo insegnamento verghiano dei tempi del liceo: quello del determinismo ambientale. La natura degli inglesi, e l’ho visto quotidianamente con i miei occhi, è quella di isolani: fieri del proprio isolamento ed isolati nella propria fierezza. A self­-made country of self-made men.

Se l’Unione Europea ha come priorità quella di preservare la pace, la Gran Bretagna ha il distinguersi per grandezza, e devo ancora trovare qualcuno capace di convincermi che quel “Great” suoni male in bocca a Trump (altro nazionalista), ma bene accanto a “Britain”.

In una crisi come quella attuale, è più importante che mai sacrificare gli egoismi e far fronte comune ai problemi globali. Festeggiare la Brexit come “indipendenza” (oltre ad insultare la storia di tanti altri paesi e il concetto stesso di Unione Europea) significa tapparsi gli occhi davanti alla realtà dei fatti, ovvero che questa egoistica vittoria di un singolo potrebbe condannare tanti altri nel quadro generale delle cose. Come ha detto una mia amica, “semplificare è la strada più breve, ma inutile di fronte a problemi complessi.”

Tirandosi fuori dall’UE, temo che l’Inghilterra abbia confermato una volta per tutte ciò che il suo statuto speciale suggeriva da decenni: che, dopotutto, non è ancora pronta a sacrificare il protagonismo per il bene comune.

Ma è bello, per un mediocre, sapere che la grandezza è probabilmente la condizione più solitaria al mondo.”

(J. STEINBECK)