È risaputo che l’opinione pubblica pretende una sua versione dei fatti, forse più bella, forse più scenografica, spesso errata. Umanizzare i miti risulta sempre un’impresa ardua, ma è necessario smetterla di diffondere solamente fantasie e raccontare la realtà. In occasione delle Olimpiadi di Rio 2016 appena concluse è forse puntuale ricordare al mondo cosa significano quei cinque anelli colorati, l’uno incastrato nell’altro.

Un giovane talento

James Cleveland Owens, nato in Alabama il 12 Settembre 1913 e trasferitosi successivamente in Ohio, fin da bambino conobbe discriminazione, fame e povertà, affrontando gli anni della Grande Depressione.
Studiò in ciò che noi chiameremmo istituto tecnico, in seguito lavorò in un negozio di scarpe e iniziò a correre: come hobby, come valvola di sfogo, per passione.

Subito dimostrò una notevole predisposizione per lo sport e in particolare per la corsa e il salto in lungo, tanto che il 25 maggio 1935 al Big Ten meet di Ann Arbor, nel Michigan, stabilì ed eguagliò in tutto 6 record mondiali.

Non ci furono più dubbi, prima o poi Jesse Owens sarebbe diventato qualcuno.

jesse owens olimpiadi

Il mito alle olimpiadi

Le olimpiadi del 1936, disputatesi a Berlino, furono decisive per il ventitreenne: ottenne quattro medaglie d’oro in quattro differenti specialità, ma la vittoria che lo rese leggenda fu quella del 4 agosto, il salto in lungo.

I più quotati erano Owens e Luz Long, suo avversario; dietro la maschera e il mito dei due si nascondeva però un legame più profondo: il nero americano e l’atleta tedesco erano infatti diventati amici, quasi a dispetto delle profonde tensioni politiche di allora tra la Germania Nazista e gli Stati Uniti.

Durante le qualificazioni alla finale di salto in lungo, contemporaneamente correvano le batterie dei 200 metri. Questo fu per Owens motivo di distrazione, tanto che sbagliò i primi due salti.

A quel punto, inaspettatamente, fu Long ad avvicinarsi per confortare l’avversario: gli consigliò di partire con la rincorsa più indietro di una trentina di centimetri, conoscendo bene la pedana dello stadio.

James seguì il suggerimento e riuscì così a qualificarsi per la finale (disputatasi il suddetto 4 agosto, con la vittoria inequivocabile di Owens per 8,06 m contro i 7,87 di Long).

Fraintendimenti

La storia racconta che durante tale incontro fosse presente Adolf Hitler tra gli spalti: dopotutto le Olimpiadi sarebbero dovute essere un’occasione per fare ulteriore propaganda Nazista e soprattutto per rafforzare la convinzione – tra i tedeschi – della superiorità della razza ariana: per molto tempo fu creduta la storia secondo la quale il Führer sarebbe uscito dallo stadio senza stringere la mano al vincitore americano.

La realtà però è un’altra, poiché lo stesso Owens nella sua biografia afferma semplicemente: «Dopo essere sceso dal podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi. Il Cancelliere tedesco mi fissò, si alzò e mi salutò agitando la mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto. Penso che giornalisti e scrittori mostrarono cattivo gusto inventando poi un’ostilità che non ci fu affatto.»

 Il sostegno di un amico

Ad ogni modo al termine della competizione fu proprio Luz Long a congratularsi per primo con lo statunitense, suggellando ulteriormente un patto d’amicizia che sarebbe durato molto a lungo.
Nei successivi anni i due si mantennero in contatto, addirittura il tedesco gli annunciò per iscritto – durante la Guerra Mondiale – che la moglie a breve avrebbe dato alla luce suo figlio.

Finisce però in tragedia la vita di Long: il 14 luglio 1943, alla giovane età di 30 anni, muore nella battaglia di Cassino dopo aver riportato gravi ferite.

Al termine del conflitto Jesse Owens impiegò qualche tempo al fine di rintracciare la famiglia dell’amico caduto, con successo: diversi anni dopo verrà invitato in qualità di ospite d’onore al matrimonio del figlio di Luz, in memoria di un’amicizia salda e radicata, nonostante tutto.

jesse owens sul podio

Fratellanza? È possibile

Per quanto possa essere vero che “Ci insegnano a ricordare le idee e non l’uomo, perché l’uomo può fallire. L’uomo può essere catturato, può essere ucciso e dimenticato” mentre le idee possono cambiare il mondo anche a distanza di secoli, come ci viene ricordato dal rinomato film “V per Vendetta”, a volte è possibile che l’esempio materiale dell’uomo risulti più efficace di qualsiasi bel discorso.

Un bianco e un nero, un tedesco e un americano, nemici sul campo di battaglia e avversari in pedana, senza necessità di fingere una pace che comunque poco dopo non si sarebbe realizzata… ma prima di tutto, due esseri umani.

Questa è l’impresa che Jesse Owens e Luz Long hanno compiuto quel 4 agosto 1936: hanno dipinto con coraggio il significato di fratellanza e di pace, nonostante quello stesso disegno sarebbe stato a breve infangato; e ancora oggi, dopo 80 anni dal loro piccolo miracolo, continuiamo ad aver bisogno di meravigliosi esseri umani, non di idee.

L’unione, la cooperazione, l’appartenenza ad uno stesso pianeta non bastano a decretare la nostra uguaglianza?

Forse è vero che una scelta sbagliata nella storia porterà sempre ad una catena di eventi impossibile da gestire, che mai saremo capaci di aggiustare completamente gli errori passati: eppure finché potremo affermare di avere (o aver avuto) tra noi dei Jesse Owens e dei Luz Long, il genere umano non avrà fallito del tutto.