Fino a pochi giorni fa quello di Harvey Weinstein era un nome sconosciuto ai più, ma fondamentale per gli addetti ai lavori di Hollywood. Il suo è tra i nomi più ringraziati alla cerimonia degli Oscar, -statisticamente pare, secondo solo a Dio- e onnipresente a qualunque manifestazione cinematografica che abbia rilievo mondiale. Per chi ama il cinema, quello di Weinstein è un cognome che sa di già sentito, ed anche a quelli che frequentano le sale cinematografiche sarà sicuramente capitato di vedere prima dell’inizio del film i tre fasci luminosi stilizzati che si sovrappongono, formando la W stilizzata logo della the Weinstein Company.

Mentre invece, da poco più di una settimana Harvey Weinstein è diventato universalmente famoso a causa delle accuse rivoltegli da un numero sempre crescente di donne, che lo indicano come un predatore sessuale che spesso ha approfittato della sua posizione di potere. La situazione ha realmente creato scalpore sia dentro che fuori la bolla dorata di Hollywood, e scoperchiato un sistema che sembra diventare sempre più diffuso di giorno in giorno. Prima però di analizzare ed esprimere opinioni, è importante mettere tutte le carte necessarie in tavola:

Chi è Harvey Weinstein: da eroe di Hollywood a mostro da prima pagina

Quentin Tarantino ed Harvey Weinstein (foto di Kevin Winter/Getty Images)

65enne, newyorkese nato nel Queens da una famiglia ebraica, laureato in Lettere ed appassionato organizzatore di concerti rock, fonda nel 1979 insieme al fratello Bob la Miramax, che col tempo da piccola società dedita alla produzione di documentari sul rock diventa rivoluzionaria casa di produzione e distribuzione cinematografica. Tra i successi distribuiti da Miramax figurano Sesso Bugie e Videotape di Sodenbergh, Le Iene e Pulp Fiction di Quentin Tarantino, ma anche Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore, e Mediterraneo di Salvadores. Nei suoi anni migliori, prima di essere acquistata da Disney e poi dalla BeIN Media Group, Miramax è probabilmente stata la compagnia di produzione cinematografica più rivoluzionaria della Hollywood moderna, tra le prime a scommettere su produzioni indipendenti e permettendone l’entrata nell’olimpo hollywoodiano.

Nel 2005 Harvey e Bob Weinstein decidono di abbandonare la loro creatura per fondare la Weinstein Company, altra prodigiosa corazzata che ha visto nascere altri successi cinematografici come The Imitation Game e Django: Unchained.

Questa è grossomodo la figura pubblica di Weinstein, almeno fino a che il 5 ottobre del 2017 un’inchiesta del New York Times getta tutta una nuova luce sulla figura del produttore. Nomi eccellenti e non raccontano come abbiano subito da Weinstein tutta una gamma di molestie che va dalle avances spinte fino al vero e proprio ricatto sessuale; Ashley Judd ad esempio racconta di essere stata invitata per quella che sembrava essere una colazione di lavoro, ritrovandosi invece con Weinstein in accappatoio; Rose Mc Gowan racconta di un episodio simile che ha visto pure un accordo legale per tacere sull’accaduto, in cambio di 100.000 dollari che Weinstein si impegnava a versare non come ammissione dell’accaduto, ma per “evitare contenziosi e garantirsi la pace”. Una parte curiosa dell’articolo è quella che riguarda Ambra Battilana, modella italiana già nota alle cronache nazionali per aver preso parte ai festini porno alle cene eleganti di Arcore e che testimoniò proprio contro i “facilitatori” che procuravano le ragazze per le suddette cene eleganti. Di Weinstein la Battilana racconta che nel 2015 venne invitata per un incontro di lavoro, ma poco dopo si ritrovò le mani del produttore dappertutto. Chiamata la polizia, la notizia finì su qualche tabloid, ma l’ufficio del procuratore di Manhattan alla fine si rifiutò di presentare un’accusa. Secondo la polizia, perché la Battilana, convintasi ad aiutare le investigazioni, prima indossa un microfono che utilizzerà in un secondo incontro con Weinstein, ma decide in seguito di tirarsene fuori.

Cinque giorni dopo la prima inchiesta, sempre Il New York Times riesce a pubblicare le testimonianze di altre 13 donne che denunciano avvenimenti simili, ed anche qui spuntano nomi eccellenti come Rossanna Arquette, Mira Sorvino, ed anche Asia Argento. Giorno dopo giorno si aggiungono al coro sempre più attrici ed addette che trovano il coraggio di denunciare. Il caso ormai è diventato così roboante, che Weinstein viene licenziato dalla sua compagnia, e ben tre inchieste si sono aperte sul suo conto. Sembra ormai chiaro come quello del cofondatore della Miramax fosse un atteggiamento consolidato e reiterato: addirittura, tanto da riuscire a solcare i confini nazionali ad arrivare fino in Italia, dove troviamo Fabrizio Lombardo, presidente di Miramax Italia. Lombardo è già stato nel mirino dei giornalisti, del New York Times nel 2004, quando un articolo di Sharon Waxman riportava che Lombardo, sarebbe rimasto sul libro paga della Miramax anche diversi mesi dopo la chiusura di Miramax Italia, in seguito all’acquisto di Disney della compagnia. A sostenere che Lombardo fungesse da facilitatore per Weinstein, la modella Zoe Brock, e la stessa Asia Argento.

Secondo il racconto della Argento, sarebbe stato proprio Lombardo nel 1997, a portare con l’inganno l’attrice nella stanza d’albergo dove risiedeva Weinstein a Cannes, dove avrebbe trovato il produttore in accappatoio, pronto a richiedere ed ottenere favori sessuali. Weinstein, tra l’altro, dopo aver dato mandato ai suoi legali di intentare causa al New York Times ha anche rilasciato una curiosa dichiarazione dove sostiene che “proviene dagli anni ’60 e ’70, quando tutte le regole riguardo i comportamenti sul posto di lavoro erano diverse (…)”. Probabilmente sarò io che sono troppo giovane per ricordare, ma sono quasi certo che nemmeno nei ruggenti ’60 fosse buona creanza presentarsi alle proprie colleghe solo in accappatoio chiedendo di farsi massaggiare il pene. Ma sicuramente sarò io che ignoro qualcosa.

Non solo molestie

Insomma, la questione sembra essere giorno dopo giorno più di una battuta basata su un cliché, e finalmente anche l’industria dei sogni di Hollywood se n’è accorta: sempre più persone manifestano il loro sdegno per questo sistema, e lo star system deve fare i conti con l’ombra nera che Weinstein ha gettato su tutti: tra lo stupore di chi si dichiara ignaro, e le ammissioni di chi sapeva e comprende di non aver fatto abbastanza nulla, come Scott Rosemberg, autore di diversi film o come Quentin Tarantino. Rosemberg non parla direttamente delle molestie, ma piuttosto di un altro aspetto altrettanto inquietante del produttore, che anche secondo gli aneddoti documentati nel libro Down and Dirty Pictures: Miramax, Sundance, and the Rise of Independent Film di Peter Biskind, pare avesse un carattere molto violento soprattutto con i suoi sottoposti che vivevano in un vero e proprio incubo fatto di minacce, insulti e umiliazioni. Molti avevano denunciato questi atteggiamenti violenti, tra cui anche il regista Spike Lee, che senza mezzi termini nel libro di Biskind dice “Si è comportato di merda per tutta la sua carriera, gli tornerà nei denti. È un grosso ratto bastardo”; ma a quanto pare nessuno ha mai dato troppo ascolto a queste voci, considerandolo più un tratto saliente del personaggio, piuttosto che un vero e proprio problema.
Ora che invece di Weinstein si conosce anche il suo modus operandi di molestie e violenze la situazione sembra essere diversa, e potrebbe essere finalmente il momento in cui l’industria può interrogarsi su cosa e chi muove gli ingranaggi del sistema, e come, nella speranza che non diventi soltanto un’operazione di facciata per mettere a posto le coscienze.

Weinstein, Asia Argento e l’incredibile reazione italiana

Mentre invece in Italia, questo ci porta a metterci di fronte al fatto che, la cloaca delle opinioni non richieste meglio conosciuta come “social network” ancora una volta dimostra di essere pericolosamente arretrata e senza nemmeno gli strumenti giusti per commentare un avvenimento di attualità, senza ammantarlo di ignoranza ed odio. Ancora una volta, si riesce in quel pericoloso gioco che inverte le parti, trasformando le vittime in astuti carnefici, che basano ogni azione su personale tornaconto. E la cattiveria centuplica, se si tratta di personaggi femminili di spicco (chi ha detto Laura Boldrini?) come nel caso di Asia Argento, che per Libero, diventa un sgualdrina eccellente, degna di titoli come:

O del viscidissimo tweet di Adinolfi che riesce come sempre, ad essere l’unico cristiano capace di di contravvenire a tutti gli insegnamenti cristiani in soli 140 caratteri:

per non contare tutte le voci di sconosciuti che come un solo coro riesce a ripetere a pappagallo l’opinione di Farina su Libero, pur dichiarandosi tutti pensatori liberi dal giogo delle sinistre buoniste perbeniste, riescono ad infilare la testa nel giogo delle destracce malpanciste. Destracce che tra l’altro, vivono di contraddizioni incredibili ed ipocrisie abbaglianti, come quando il caso erano le notti di Arcore, e le ragazze che partecipavano ai Bunga Bunga venivano difese dalla “sinistra moralista” che le attaccava. In quel caso non era prostituzione, o almeno non fino a quando le stesse non confessavano, diventando di colpo delle ingrate mistificatrici.

Perché colpevolizzare è pericoloso

Quello che nella redazione di Libero sfugge, abituati come sono ai titoli tanto roboanti quanto tendenzialmente falsi, è che questo atteggiamento è oggettivamente grave e pericoloso, perché nel caso Weinstein come in altri, sposta totalmente il giudizio sulla vittima piuttosto che sul carnefice. Porre una violenza in questi termini è stupido, perché primo non sta ad un giornale stabilire un verdetto ma ad un tribunale, e secondo giustifica quel pensiero sbagliato secondo il quale se c’è un qualche tornaconto per la vittima, voluto o meno, una violenza diventa giustificabile, almeno moralmente, sfociando in quel mantra osceno che si può riassumere col pessimo trattamento che Libero ha dedicato alla Argento. Inoltre sottintendere concetti come “adesso è troppo tardi per denunciare” significa, oltre ad avere la presunzione di eliminare dall’equazione tutte le condizioni che mutando, potrebbero invece permettere alla vittima di sentirsi più sicura ad uscire allo scoperto.

Di fatto, Asia Argento che merita invece un plauso per aver finalmente dopo anni, trovato il coraggio di denunciare un serie di abusi e molestie, viene presa di peso e spostata dal banco delle vittime a quello degli imputati dall’ineffabile giuria nazionalpopolare, che guidata anche dai suddetti giornaloni degni di foderare le migliori lettiere d’Italia, decide arbitrariamente che la colpa sia dell’attrice per essersi dapprima prestata alle molestie per ottenerne fama e gloria per poi pentirsene e sfruttare la cosa per ottenere pubblicità gratuita, e per tanto meritevole di condanna alla gogna mediatica senza possibilità d’appello.
Il problema è che ci sono tanti fattori in gioco che cinicamente vengono rimossi dal giudizio: consideriamo innanzitutto che si, probabilmente sarebbe stato più dignitoso denunciare a tempo lecito, ma è anche vero che non stiamo parlando di un rapporto paritario: l’influenza che un Weinstein può esercitare è gigantesca, senza considerare le connessioni e gli appoggi che può vantare. Senza sfociare nel femminismo estremo, consideriamo piuttosto che stiamo parlando di uno dei produttori più potenti di Hollywood, connesso ad ambienti politici di livello: è nota la sua amicizia con i Clinton e con un diversi politici democratici, ma è anche interessante sapere che Weinstein è stato influente finanziatore per la campagna di Cyrus Vance Jr., che per il suo ruolo di procuratore distrettuale di Manhattan -si, lo stesso procuratore del caso Battilana di cui si parlava sopra- sembra essere molto prossimo ad un’inchiesta sulla sua eccessiva morbidezza nei confronti proprio di Weinstein. Ah, un’ultima nota di colore su Vance: pare che nonostante delle ben documentate accuse di frode a a carico di Donald Jr. ed Ivanka Trump, il procuratore abbia deciso di lasciar comunque cadere le accuse. Morbidamente bipartisan.

Harvey Weinstein,con Barack Obama e i senatori Lautenberg e Schumer (foto di Sylvain Gaboury/FilmMagic)

Perché non è facile denunciare

Alla luce di questo, non sembra per nulla difficile immaginare come il timore di non veder fatta giustizia, possa essere più che legittimo. È facile anche comprendere come solo dopo il coraggio di chi decide per primo di spezzare il circolo di omertà e condiscendenza che circonda certe figure, possano le altre vittime trovare il coraggio di seguire l’esempio: potrà sembrare azzardato come paragone, ma è esattamente lo stesso principio su cui le organizzazioni malavitose da anni prosperano, spingendo sulla paura dei singoli che non vedono nessun alternativa se non sottomettersi e subire. Se il parallelismo vi sembra eccessivo (e se può sembrarlo nella gravità, non lo è sicuramente nelle dinamiche che tira in ballo) possiamo rapportare il sistema Weinstein a casi più simili, come le violenze di alcuni preti sui bambini, come nel caso del collegio di Ratisbona o per tornare in America il Massachusetts Catholic sex abuse scandal raccontato a suo tempo dal Boston Globe e che è diventato pure un film candidato a 6 Oscar, il caso Spotlight (di cui anche noi abbiamo parlato qui). In questi casi è stato molto difficile per le vittime denunciare, nel caso di Boston addirittura molti riuscirono a denunciare gli abusi solo in età adulta, e solo dopo diverse garanzie. Sembra molto difficile che queste persone abbiano premeditato di farsi abusare per poi ottenere fama e denaro. Se sembra così assurdo in questo caso, perché non lo sembra invece nel caso di circa 40 persone che denunciano Weinstein?

E se questo esempio non riesce a rimettere in prospettiva le cose, allora torna utile citare un altro clamoroso racconto recente, riguardo le molestie subite questa volta dall’attore Terry Crews.
Crews è un omaccione alto 1,91m di 111 chili, ex giocatore di football americano, diventato poi attore. È lui il volto delle incredibili pubblicità del deodorante Old Spice, ma è anche noto per diverse interpretazioni sul grande e sul piccolo schermo, come il presidente Camacho di Idiocracy, o Hale Caesar nei tre The Expendables, o ancora il sergente Jeffords di Brooklyn Nine-Nine. Crews in questi giorni, ha da poco trovato il coraggio di denunciare delle molestie subite da un produttore, attraverso il suo profilo Twitter, e nonostante immaginare la scena possa sembrare paradossale, il racconto, diviso in 16 tweet, è in realtà inquietante:

“Tutta questa storia di Harvey Weinstein mi ha fatto venire il disturbo post traumatico da stress. Perché? Perché a me è successa la stessa cosa. L’anno scorso io e mia moglie ci trovavamo nell’ufficio di un alto dirigente di Hollywood, che a un certo punto mi si avvicinò e afferrò le mie parti intime.
Mi allontanai e dissi “Che stai facendo?”. Mia moglie vide tutto, lo guardavamo come fosse matto. Lui si limitava a sorridere come un’idiota. Stavo per fargli il culo ma poi ci pensai due volte, visto come sarebbe sembrata tutta la faccenda. I titoli dell’indomani sarebbero stati: “Uomo nero di 240 lbs. pesta un pezzo grosso di Hollywood”. Probabilmente non li avrei potuti leggere perché SAREI STATO IN PRIGIONE. Così ce ne andammo. Quella notte e il giorno dopo raccontai a tutti quelli che conoscevo cos’era successo. Il giorno dopo lui mi chiamò scusandosi ma non spiegò mai perché lo aveva fatto. Decisi di non fare niente perché non volevo essere ostracizzato, visto che l’aggressore ha potere e influenza. Lasciai perdere. E capisco perché così tante donne a cui capita questa cosa facciano lo stesso.
Chi ti crederà mai? (Pochi) Che ripercussioni ci saranno? (Molte) Vuoi continuare a lavorare? (Sì) Sei pronto a essere ostracizzato? (No). Amo quello che faccio. Ma è un peccato e il culmine della delusione quando qualcuno cerca di approfittarne. Lui sa chi è. Ma a volte devi aspettare e confrontarti con le altre vittime per ritrovare una posizione di forza.
Capisco e sono vicino a quelli che sono rimasti in silenzio. Ma Harvey Weinstein non è l’unico colpevole. Hollywood non è l’unico posto dove accadono cose simili, e alle vittime di questo comportamento dico: non siete sole. Spero che raccontare la mia storia scoraggi un potenziale molestatore e incoraggi invece qualcuno che si sente senza speranza”.

Ora, Crews è un uomo imponente, ma è chiaro come una situazione del genere vada ben oltre il confronto fisico, e le conseguenze possano essere molteplici. Non è mai facile decidere di denunciare o reagire specie quando è forte il rischio di venire annientati professionalmente ed umanamente come scrive Crews stesso, ma consideriamo anche come denunciare significa concedere che la tua vita privata diventi di dominio pubblico e messa sotto inchiesta da parte degli inquirenti e dei giornali. Inoltre, va anche messo in conto che spesso è la vittima stessa a sentire di essere in colpa per ciò che ha subito, e questo purtroppo capita spesso: la Argento stessa ha ammesso di essersi spesso sentita in colpa per la violenza, come se la causa fosse stata lei e non la volontà di un uomo pronto a sfruttare tutta la sua influenza per ottenere favori sessuali.
Sull’argomento, per concludere, vorrei condividere un estratto dell’intervista che la giornalista Emily Maitlis ha realizzato con l’attrice Emma Thompson per BBC Newsnight:

Emma Thompson: This is the tip of the iceberg

Actress Emma Thompson tells us Harvey Weinstein is just the tip of the iceberg of a wider and systemic problem in Hollywood

Posted by BBC Newsnight on Thursday, October 12, 2017

L’opinione della Thompson è molto chiara e diretta, e pone l’accento su un aspetto fondamentale: quello delle molestie sulle donne non è un argomento nuovo, ciò che invece è un novità è il modo di trattare l’argomento. Atteggiamenti come quello di Weinstein diventano finalmente moralmente inaccettabili oltre che penalmente perseguibili. Finalmente l’oggettificazione della donna diventa un problema, e questo caso ha comunque una serie di implicazioni potenzialmente positive che potrebbero diventare non solo un una serie di gag nella prossima stagione di BoJack Horseman, ma una vera e propria rivoluzione culturale nell’industria di Hollywood, e non solo. Riuscire finalmente a superare maschilismi e femminismi estremi, per finalmente arrivare al concetto che uomini e donne devono avere pari diritti e pari doveri, al netto delle peculiarità di genere, potrebbe essere una vera, nuova, rivoluzione culturale. Certo, sempre se quelli di Libero ce lo permetteranno.