Per poter comprendere fino in fondo il significato del titolo di questo articolo dobbiamo partire dalla definizione di hipster:
“Il termine hipster indica una subcultura composta da giovani bohémien della classe ricca e media che risiedono principalmente in quartieri emergenti. Questo genere di sottocultura è ampiamente associato alla musica indie e a quella alternativa, con una variegata sensibilità alla moda alternativa e ad una predilezione per la politica progressista ecologista, per i cibi biologici e slow food, l’artigianato e gli stili di vita alternativi.” [Wikipedia]

Perchè hipsterismi e non hipster?

Perché nessuno di quelli che oggi vengono chiamati hipster è lontanamente vicino alla sua definizione originale. Di norma sono ragazzi di classi sociali medio basse che prediligono una vita di apparenza all’interno della sfera di quelli che erano gli interessi dei loro “antenati” originali: i loro atteggiamenti possono essere quindi assunti, al limite, come hipsterismi e sono atteggiamenti che appartengono ormai a una ben più larga cerchia di persone. Lasciamo gli Hipster riposare in pace nel secolo scorso.

Parlando degli hipsterismi che stanno rovinando il mondo, questa volta ci soffermeremo in particolare sul settore del cibo (o se vi piace di più il settore del food, dato che ci siamo). Degli altri settori parleremo man mano nei futuri articoli.

Come veste una zucchina hipster?

La prima cosa che ci siamo chiesti è stata: “Come fa il cibo a diventare hipster?”. Questa tendenza può essere giustificata per il settore della moda, in quanto il modo in cui ci vestiamo rappresenta una forma di comunicazione di se stessi o di quello che si vorrebbe essere.

Ma per il cibo? Il cibo non passa veramente di moda, al limite ci sono prodotti che si possono diffondere più o meno da alcuni Paesi ad altri e catturare l’interesse di una fascia della popolazione grazie al graziosissimo utilizzo dei filtri di Instagram ed è proprio questo quello di cui vogliamo parlare oggi.

Nel mondo del food si sono diffuse enormemente la cultura del cibo sano (che in Italia non è mai mancata, ma dato che il ravanello del vicino è sempre più bello la dieta mediterranea l’abbiamo mandata a cogliere le patate), la cultura delle diete strutturate su prodotti alternativi ed esotici e quella del veganismo. Tutto ciò sotto la bandiera a tofu e strisce della salute e dell’etica: per la questione della salute abbiamo già parlato qui di quanto sia indifferente utilizzare o meno questi prodotti rispetto a quelli che troviamo – almeno in Italia – in ogni supermercato, ma, pur non spiegandomi il perchè, oggi vogliamo fortemente parlare di etica.

Hipster e vegani, o vegani hipster che volete salvare gli animali dal macello, anche se per voi il concetto di animale si limita a quello da compagnia, dato che non mi sembra di aver mai visto un vegano che tiene una mucca in casa per salvarla da una vita di stenti, sappiate che le vostre scelte etiche sono fatte giocando con la fame di esseri umani di cui ignorate l’esistenza. In particolare vogliamo parlare di tutti quei prodotti, fino a qualche anno fa sconosciuti ai più, che oggi possiamo trovare facilmente nei supermercati o nei negozi specializzati.

cocco e semi

Quinoa cotta al sangue

Partiamo per esempio dalla quinoa, uno degli alimenti più nutrienti in natura, ricca di proteine ed utilizzata in particolare nelle diete vegane per sopperire alla mancanza della carne. La quinoa è un prodotto coltivato principalmente in Perù e Bolivia (due paesi particolarmente poveri) e ha visto triplicare il suo prezzo fino a 3000€/tonnellata a partire dal 2006 in poi, arrivando anche ad 8.000€/tonnellata per le varietà più pregiate (rossa real e nera).

La quinoa era anche uno degli alimenti base della dieta dei peruviani e dei boliviani che vivono in media con 2-2,50$/giorno e che quindi non hanno potuto più acquistare lo stesso prodotto che abbiamo per “estrema” necessità portato sulle nostre tavole. Per magia quello che per loro era il nostro pane era diventato un prodotto di lusso. Ora vivono principalmente del cibo spazzatura dei fast food occidentali che noi stessi abbiamo consumato per anni per permetterci di vivere in maniera sana. Nella pratica gli abbiamo tolto il potere di acquisto sul loro cibo e gli stiamo portando via anche i soldi. Ed intanto ogni hamburger che non mangia un vegano del mondo occidentale lo mangerà comunque un peruviano a casa sua.

Per capire meglio la situazione cerchiamo di immedesimarci nella situazione: immaginate per un attimo che improvvisamente la pasta di grano duro e il pane bianco diventassero due alimenti quasi di lusso perchè dall’altra parte del mondo gli abitanti di un paese straniero fossero disposti a pagarli il triplo del loro valore attuale; e non per necessità, ma per tendenza. Quale sarebbe la vostra reazione? L’esempio che abbiamo fatto è ovviamente un’estremizzazione scorretta in quanto noi abbiamo una scelta molto vasta di cibi, ma per loro questa estremizzazione è più vicina alla realtà di quanto possiate immaginare.

Quinoa e the

Tutti i prodotti più comuni dell’hipster food

L’avocado è il prodotto che dimostra nella maniera più lampante la mancanza di etica in determinate scelte alimentari. Questo prodotto, che nei paesi di origine ha preso il nome di Oro Verde, non solo è ormai inavvicinabile per la popolazione del Messico, ma ha portato ad una massiccia deforestazione (700 ettari/anno) e siccità del territorio in quanto per produrne un kilo servirebbero più di 500 litri d’acqua. Inoltre la malavita locale ha iniziato a sfruttare questo enorme business per minacciare i produttori richiedendogli il corrispettivo di quello che noi conosciamo come pizzo, minacciando stupri, incendi dei terreni e rapimenti di donne e bambini. Avocado, una storia vera [Fonte].

Un altro esempio è quello del cavolo nero, prodotto utilizzato nella cucina Afroamericana, che ha visto moltiplicare il suo prezzo negli ultimi anni e che è quindi diventato inavvicinabile per la fascia più povera della popolazione.

Bruschetta avocado e uova - hipster food

Potremmo parlare ancora di gentrificazione (acquisto di prodotti da una fascia sociale alta della popolazione che ne porta una rivalutazione economica [Fonte]) dei prodotti nominando mandorle (l’aumento di produzione ha causato enormi siccità data la massiccia richiesta di acqua per la produzione), anacardi (raccolti e trattati da detenuti senza processo e soggetti a soprusi e violenze durante la raccolta e il trattamento [Fonte]) e soia (secondo una ricerca del WWF se consumata davvero da tutta la popolazione mondiale renderebbe la quantità di terreno arato necessario per la produzione così elevata da rendere l’intero pianeta plausibilmente invivibile [Fonte]).

Anacardi, arachidi, datteri

Un consumo consapevole passa per una lunga ricerca

Davanti a fonti e dati, ma soprattutto davanti alla sofferenza di persone ed economie che le sovrastano, nessun discorso “etico” al mondo potrebbe reggere. Ogni nostra scelta di consumo condiziona il mercato e quindi la vita di persone così lontane da noi da non immaginarne nemmeno l’esistenza. Eppure esistono e se fino ad oggi per semplice ignoranza della situazione non le abbiamo considerate nella nostra equazione etica, possiamo iniziare a farlo adesso. Purtroppo la globalizzazione non ha tenuto conto delle differenze economiche reali dei vari paesi e questo tentativo di eliminare le differenziazioni delle culture culinarie può portare solamente ad una gentrificazione pesante del mondo del cibo (fatemelo chiamare col suo nome!) attraverso i prodotti più elementari delle diete locali, rendendo ancora più grande il divario tra le fasce sociali della popolazione.

Precisiamo che non è un peccato essere vegani, ma è un peccato pagare con euro e vite umane l’essere dei modaioli. L’unica cosa di etico che può fare un vegano la prossima volta che dovrà decidere di acquistare un prodotto, sarà acquistare un prodotto nostrano, perchè di verdure ce ne sono tante e anche se non varranno quei 10 like in più su Instagram potrebbero valere la vita di una persona.

Ma poi ti sei sempre mangiato i peperoni imbuttunati di tua mamma, mo vuoi fare il vegano

Fonte di ispirazione: Highsnobiety