Su Tasc ci piace parlare un po’ di tutto, anche del pop. E cosa c’è di più più pop delle serie tv?
In un periodo in cui il mercato cinematografico lascia un po’ a desiderare in quanto creatività e nel quale le serie tv, seguendo la scia di colossi come The Wire, che tempo addietro hanno tracciato il solco per la nuova era della fruizione televisiva, le serie tv sono diventate un argomento appassionante per tutti. Ma nella vasta produzione sempre crescente, come fare a scegliere cosa vale la pena guardare e cosa no? Ed è per questo che anche quest’anno ho deciso di proporvi un ristretta selezione di questo 2017 televisivo, fatto di grandi conferme, eccezionali ritorni e nuovi capolavori, (e flop clamorosi da evitare) magari da sfruttare durante i giorni di festa, per un binge watching in tutto relax! Ancora una volta, buona visione!

Le 5 migliori serie tv del 2017

copertina twin peaks

Twin Peaks

“I’ll see you again in 25 years”: con questa frase sussurrata nell’orecchio dell’agente Cooper Laura Palmer chiude il cerchio delle prime due stagioni di Twin Peaks nel 1991. Il caso -o il destino- hanno voluto che 25 anni dopo (o poco più) a David Lynch e Mark Frost fosse data la possibilità da Showtime di avverare la profezia. Più una mossa di marketing per il servizio on demand che un vera e propria scommessa, il ritorno di Twin Peaks ha premiato il sistema di Showtime non tanto sull’immediata messa in onda ma sulla lunga distanza, grazie allo spropositato numero di fans e curiosi che hanno raggiunto il servizio apposta. Parlare di David Lynch e del suo genio visionario è sempre qualcosa che divide: c’è chi adora il suo approccio onirico ed ermetico, c’è chi invece lo odia perché illogico secondo i canoni della narrazione convenzionale. Ma fatto sta che al tempo Twin Peaks riuscì ad entrare nel cuore dei telespettatori consacrando il talento di Lynch, ed oggi riesce a fare breccia nel cuore anche di molti altri, che scoprono la potenza dell’immagine allo stato dell’arte. Un potentissimo effetto nostalgia grazie anche ai personaggi che popolavano la cittadina nello stato di Washington, al confine tra USA e Canada, e che oggi ritornano quasi tutti, ma anche uno sproposito di camei di attori eccezionali, tra cui Tim Roth, John Belushi, o Naomi Watts (pupilla di Lynch già da Rabbits e Mulholland Drive). Le potentissime note della colonna sonora composta da Angelo Badalamenti in collaborazione con lo stesso Lynch (qui un’intervista in inglese a Badalamenti che racconta come è andata) ancora regalano inquietudine come un tempo, e visivamente il potere delle nuove tecnologie restituisce un impatto ancora più esaltante alla nuova stagione. Inoltre, la bravura di Kyle MacLachlan, capace di reggere ben 4 ruoli diversi risulta essere ancora una volta la scelta azzeccata per interpretare “Coop”, e non solo. Nota triste della serie è che, nell’universo di Twin Peaks, il fondamentale personaggio dell’agente Philip Jeffries doveva essere ancora una volta interpretato da David Bowie, che aveva accettato prima della sua scomparsa. Infine, grande selezione musicale per la serie, che chiude quasi ogni puntata con un una performance live di un artista sul palco dello storico One Eyed Jack. Anche qui vecchie conoscenze di Lynch come Trent Reznor e il suo storico progetto industrial Nine Inch Nails, ma anche gli Au Revoir Simone ed i Chromatics con la soave “Shadow”

Sicuramente la serie tv più importante del 2017, anche se non adatta a chiunque. Lynch è ostico ed è difficile apprezzarlo soprattutto se state cercando qualcosa di poco impegnativo; in questo caso non disperate, abbiamo ancora qualche asso nella manica. Ma se volete vedere un vero artista in azione, non perdetene l’occasione. Potete trovarla su Sky Atlantic HD.

American Gods

Altra perla del 2017 che in fatto di uscite nuove non ha regalato molto in termini di quantità, ma ha avuto picchi altissimi in fatto di qualità, American Gods riarrangia abilmente per il piccolo schermo il capolavoro e best seller di Neil Gaiman, vincitore di innumerevoli premi letterari di fantascienza. Con un storia così era d’altronde facile fallire miseramente o realizzare un capolavoro, ed in questo caso Bryan Fuller e Michael Green riescono certamente nella seconda. L’incipit vede il protagonista, Shadow Moon, ottenere un rilascio anticipato per poter partecipare al funerale della moglie Laura, tragicamente scomparsa in un incidente d’auto che ha ucciso anche il suo migliore amico. Il lutto di Shadow viene però turbato sull’aereo verso casa, dove un uomo irritante e sagace, che si presenta come Mr. Wednesday, vuole a tutti i costi che Shadow accetti di lavorare per lui. È chiaro da subito che i piani di Mr. Wednesday siano molto più complessi di quel che sembrano.

American Gods fa molto affidamento sul potere delle immagini e dell’iconografia, fin dalla sigla (anche questa tra le più belle del 2017), ed è, come il libro, un eccezionale viaggio all’interno dell’antropologia religiosa. Divinità cadute e nuove sono il centro di questa storia, che regala intrattenimento di livello. Purtroppo il futuro della serie tv è molto nebuloso, dato che nonostante la conferma per una seconda stagione, i due autori Bryan Fuller (tra l’altro, autore di Hannibal) e Michael Green hanno abbandonato il progetto.

La serie tv è trasmessa in America da Starz, ma se siete abbonati ad Amazon Prime potrete recuperarla su Prime Video, il servizio streaming del colosso di Jeff Bezos.

copertina handmaid's tail

The Handmaid’s Tale

Un’altra serie tv tratta da un libro, in questo caso “i racconti dell’ancella” di Margaret Atwood: scrittrice tanto prolifica quanto capace, vincitrice di diversi premi tra cui quello per la letteratura di fantascienza dedicato ad Arthur C. Clarke proprio per “i racconti dell’ancella”, ha per argomento una distopia angosciante ambientata in un futuro prossimo: in un’America nella quale la sterilità è una piaga diffusa, un gruppo di fondamentalisti cattolici ha ottenuto il potere con un violento golpe. La Società di Gilead è una nazione nella quale la donna è relegata a mero possesso dell’uomo. Le donne sono divise in caste, tutte sottomesse al potere dell’uomo. Mogli, Figlie, Zie, Ancelle e Non-donne sono le caste che definiscono i ruoli e l’importanza di una donna, in quest’ordine. Le Mogli sono le compagne degli uomini, così come le Figlie sono la prole, mentre le Zie sono una sorta di educatrici che disciplinano e supervisionano le ancelle. Mentre le Non-donne sono l’ultimo gradino sociale, prive dell’unico valore che per questa società dovrebbero avere, ossia la fertilità. Le Ancelle invece sono parte del nucleo familiare, vengono definite non col proprio nome ma con prefisso Of (“Di” in inglese) seguito dal nome del patriarca, e nonostante il basso livello sociale hanno il compito importantissimo di ripopolare la società come surrogate per le Mogli sterili.

La serie tv ha ricevuto critiche ferocissime, ed in molti casi è stato bandita, ma la Atwood, mente finissima, ha spiegato che si è ispirata a diverse pratiche realmente utilizzate, giustificando quindi una verità storica dietro la narrazione fantastica. In realtà la storia è una profonda disamina sul potere e sul ruolo della donna, attraverso iperboli distopiche. Tristemente adatta ad un periodo in cui le scandalose molestie sessuali sulle donne da parte di uomini potenti fanno la parte del leone nella cronaca. Prodotto e messo in onda da Hulu, in Italia The Handmaid’s Tale è disponibile su TIM Vision.

copertina mr. robot

Mr. Robot

Nel 2015 avevamo aperto proprio con Mr. Robot in pole position, e l’eccezionale serie tv creata da Sam Esmail per USA Network dopo una prima stagione col botto ed una seconda solo un pelo sottotono, ritorna con un terza stagione e la promessa di almeno altre due per concludere l’iter narrativo. L’hacker Elliott Alderson (Rami Malek) ed il suo ‘comprimario’ Mr. Robot (Christian Slater) sono in rotta, mentre il piano ordito per creare la rivoluzione digitale si appresta ad arrivare alla Fase 2, Elliott viene preso dagli scrupoli di coscienza per essere diventato un marionetta nella mani della Dark Army, rivelatasi molto più di un gruppo di hacker. New entry della serie è Bobby Cannavale, rimasto ‘disoccupato’ dopo l’ingiustificata chiusura da parte di HBO della interessantissima Vinyl. La guida di Esmail rende la serie un must see anche per gli amanti degli aspetti tecnici, con la sua regia non convenzionale (che viene totalmente abbandonata in una puntata in favore una regia altamente cinematografica, i motivi non sto a spiegarveli perché è bello scoprirli da sè), i curatissimi piani sequenza, le infinite trovate stilistiche e le easter eggs (a tal proposito: provate ad inviare una mail all’indizzo ProtonMail che appare nell’ultima puntata).

In italia la serie tv è disponibile su Amazon Prime, con un doppiaggio che ahimè fa orrore come per le stagioni precedenti.

copertina young sheldon

Young Sheldon

Una serie tv più leggera può mancare in questa selezione, ed il candidato è Young Sheldon, sorta di spin-off del mostro sacro the Big Bang Theory di Chuck Lorre, che indaga l’infanzia di Sheldon Cooper, il geniale ed irritante protagonista della sit-com arrivata alla sua undicesima stagione. Qui però Lorre e Molaro abbandonano l’approccio da sit-com girata in studio con risate registrate per approcciarsi ad un altro sistema narrativo: la voce fuori campo di Jim Parson (Lo Sheldon ‘originale’ di tBBT) guida gli avvenimenti che ruotano attorno al piccolo Sheldon ed alla sua famiglia. L’infanzia di Sheldon è un aspetto che ha sempre affascinato i fan, e molto furbamente Lorre coglie la palla al balzo, evitando l’approccio situazionistico da sit-com in favore di una narrazione più realistica, meno incentrata sulle gag ma non per questo meno divertente, e decidendo di puntare non solo sul personaggio principale ma anche sull’intera famiglia, non più spalle per le battute ma veri e propri comprimari.

In America anche questa in onda su CBS, in Italia young Sheldon è disponibile su Infinity TV.

Le 5 peggiori serie tv del 2017

copertina van helsing

Van Helsing

Partorire una serie tv del genere non si può fare sceneggiando a caso. Serve una scientifica, progettata attitudine al disastro. Perché Van Helsing non è una serie scritta, girata e recitata male. No. C’è dietro una precisa volontà di arrecare danno allo spettatore. Nulla è lasciato al caso, a partire dal fulcro attorno al quale gira la serie: Immaginate una donna che si sveglia dal coma dopo che un’apocalisse ha trasformato tutti in (chi ha detto the Walking Dead?) vampiri. I vampiri in seguito ad una catastrofe che ha oscurato la luce del sole (la drammaticità dell’evento è resa attraverso un eccezionale filtrazzo giallognolo colera) hanno preso il sopravvento. Protetta da un gruppo di militari dentro un’ospedale, Vanessa, la donna risvegliatasi dal coma, ricorda solo di sua figlia, e sa che deve trovarla. Ma scopre anche di essere una Van Helsing, magica stirpe che ha il potere di RITRASFORMARE I VAMPIRI IN UMANI MORDENDOLI. E da qui in poi è tutta una scalata verso la vetta dell’insensato. Personaggi recitati malissimo che si avvicendano e si trucidano tra loro senza nessuno scopo plausibile, i vampiri capolavoro dell’arrafazzonato, senza nessun motivo preciso a volte si comportano come bestie selvagge, a volte sono machiavellici strateghi (dove ‘machiavellico stratega’ sta per idiota dall’accento dell’est e lo sguardo torvo), pellegrinaggi da un parte all’altra dell’America dove gruppi distanti tra loro riescono trovarsi con facilità inaudita. Sarà forse perché la serie è girata tutta nello stesso minuscolo fazzoletto di terra. Inoltre stabilire gli effetti di un morso di vampiro è un po’ una roulette russa: a volte capita di mantenere intelligenza, controllo anche sulla sete di sangue ed ottenere un bel tono di voce profondo, altre invece di diventare una specie di cane ringhioso stupido. Probabilmente il tutto dettato dalla convenienza del momento per i pigrissimi sceneggiatori.

L’unica fruizione logica di Van Helsing è quella di un ‘drinking game’: il cameraman scivola rovinando l’inquadratura? Shottino! Il gruppo si ritrova nello stesso metro quadrato di foresta? Shot! Sam, il vampiro sordo ma che ha riacquistato l’udito diventa inspiegabilmente sordo di nuovo? Ancora shot! Vanessa compie qualcosa di immotivato? Due shot! Con Van Helsing le vostre serate alcoliche avranno tutto un altro appeal!

copertina the punisher

The Punisher

Ed ecco l’ennesimo progettone Marvel/ABC Studios/Netflix che vive solo di hype, ma poi nella sostanza, resta un copione sempre uguale. Leggermente meno peggio di Iron Fist, insipido tanto quanto Luke Cage, the Punisher è l’ennesima promessa non mantenuta di Netflix. Esattamente come i suoi predecessori il vendicatore Frank Castle, che secondo coloro che mi illuminano sull’universo Marvel è un personaggio dal potenziale stratosferico (ed in effetti, un giustiziere spinto dalla sete di vendetta contro chi ha sterminato la sua famiglia ha si un canovaccio molto lineare ed elementare, ma che permetterebbe davvero ampio margine di manovra), mentre invece ABC preferisce puntare sul trasformare la vendetta in un aspetto secondario, puntando tutto sulla fisicità di John Bernthal, sul patriottismo sterile e sull’affiancamento di un personaggio mitigante, per stemperare la durezza di Castle. Ottenendo però un ridicolo effetto ‘Gianni & Pinotto della vendetta’. Senza contare poi la stupidità assoluta con cui i personaggi vengono fatti agire, Castle fra tutti: ovviamente non si pretende realismo da un personaggio che ha picchiato Batman a mani nude perché non lo ha lasciato uccidere il Joker, ma nemmeno questa mancanza rispetto verso lo spettatore, che ad un certo punto non può che rifiutare tanta stupidità. Insomma, il cliché ormai è sempre quello: avvio interessante, affastellamento di eventi casuali e slegati, personaggio che in preda all’idiozia pura inizia ad agire a caso anche lui, per culminare in un finale che alla penultima puntata riunisce tutti i fili con un evento comun denominatore, chiude la questione, per lasciare poi al finale di stagione un aggancio vago a quella ventura. Insomma, Marvel/Netflix replicano un sistema che diventa sempre più sciatto, e che su queste premesse, annuncia di rovinare anche l’unico prodotto decente finora realizzato, Daredevil. Nell’attesa di veder fallire anche Jessica Jones, the Punisher diventa il peggior prodotto finora realizzato dal potentato Marvel/ABC/Netflix.

copertina di the last man on earth

The Last Man on Earth

Nel 2015 the Last Man on Earth era menzionata tra le migliori serie tv. Me ne scuso profondamente. La verità è che nella prima stagione, Will Forte, autore e protagonista della serie, usava un pretesto intelligente e lo aveva sviluppato con ironia, rendendo la serie una commedia divertente. Ma nel corso degli anni la serie ha avuto un decadimento incredibile, e Forte ha affogato la sua stessa creazione in gag sempre meno divertenti, personaggi forzati e situazioni tanto noiose quanto senza prospettive. Al punto che ogni stagione deve fare puntualmente tabula rasa per ripartire di nuovo, ed ogni volta sempre con meno argomenti. In tutto questo il personaggio di Forte è diventato sempre più marginale, stanco, trascinato, e con lui pure i comprimari superstiti. Ignorati o sviluppati malissimo tutti i pretesti interessanti, resta soltanto un odioso idiota, sposato con un’odiosa svampita, circondati da un insulso nulla. Desolazione pura.

copertina electric dreams

Electric Dreams

Davvero un peccato vedere il potenziale di questa idea ridursi a questo stanco, tedioso ciclo di mediometraggi. In effetti le 6 puntate da un ora l’una pescano dai racconti brevi del maestro dell fantascienza letteraria Philip K.Dick, e le storie, che indagano aspetti distopici e possibili implicazioni di tecnologia ed etica, sono molto interessanti. Purtroppo però, un cast di nomi eccellenti ed una discreta realizzazione tecnica non superano lo scoglio della noia, facendo si che solo qualche momento di tutta la stagione risulti realmente coinvolgente. Il risultato è deludente, senza quel fascino forte di cui Dick è capace. Non è un fallimento su tutta la linea, ma decidere di mitigare le critiche universali che Dick lancia nei suoi scritti, è davvero una mossa perdente: meno spettacolarizzazione e più sostanza avrebbero fatto di questa serie tv una perla da non perdere per appassionati di fantascienza e non. Resta la speranza in un correzione del tiro per la prossima stagione, se confermata.

copertina di the OA

The OA

Lasciamo il meglio per ultimo. Uscita a ridosso dell’inizio del 2017 su Netflix la serie tv di Zal Batmanglij e Brit Marling (che ne è anche protagonista) è un prodotto aberrante, perfetta dimostrazione di come prendere per i fondelli il pubblico e la produzione. Dopo che molte case produttrici hanno addirittura litigato per ottenerne i diritti, Batmanglij e Marling riescono ad ottenere la realizzazione addirittura da Plan B (The Departed, Kick Ass, The tree of life, Okja)  ed Anonymous Content (The Revenant, il caso Spotlight, ma anche True Detective e Mr. Robot) per Netflix.

Va detto che tecnicamente porta con se delle scelte stilistiche intelligenti, ma sotto tutti gli altri aspetti, the OA è urtante, continuo stillicido di pezzi incastrati a forza e insensate soluzioni narrative. La storia in breve parla di Prairie Johnson (Brit Marling), una ragazza cieca scomparsa anni prima che ricompare dal nulla, con curiose cicatrici addosso, sostenendo di essere un fantomatica “OA“. Prairie si rifiuta di spiegare cosa le è successo alle autorità, ma raduna attorno a se alcune persone della sua scuola che frequentava per raccontare loro ciò che le è successo in questi sette anni di mancanza. Premessa interessante, e ad onor del vero la struttura con la quale Prairie svela pezzo dopo pezzo la sua storia è avvincente e ben bilanciata. Il problema si pone però quando si comincia a svelare il fulcro dell storia, incentrata su inverosimili pratiche scientifico-metafisiche, e sui ‘movimenti‘, ridicola danza studiata addirittura dal coreografo Ryan Heffington, amico di Marling e Batmanglij. Il crollo finale, di fronte al quale ogni persona di buon senso deciderebbe di disdire Netflix e schiaffeggiare l’odiosa e monoespressiva Marling, avviene nel finale di stagione, dove con un colpo di coda sembra che Prairie sia solo una mistificatrice e che si sia inventato tutto. O forse no, scopritelo nella prossima stagione con la quale allungheremo il brodo e trascineremo questa farsa ancora un po’!

L’unico pregio tributabile a the OA, è la caparbietà con cui questo duo hipster e fintamente alternativo ha gabbato un’intera filiera, ottenendo con bluff estemporanei (Marling e Batmanglij inventavano e calibravano la storia sulla base delle reazioni delle case produttrici a cui sottoponevano il progetto) non solo la produzione, ma anche il rinnovo per un seconda stagione che approderà su Netflix nel 2018. Consigliato soltanto se volete testare la vostra capacità nel trovare buchi di trama e di testare il vostro senso del ridicolo.