In vista degli Oscar del 04 Marzo abbiamo deciso di realizzare, come negli scorsi anni, una rubrica straordinaria sui 9 film candidati per la categoria Miglior film.
Ogni giorno, dal 23 Febbraio al 3 Marzo, verrà pubblicato un articolo su ogni film in gara. Il 4 Marzo, infine, verrà pubblicato un mega-articolo a cui contribuiranno tutti e 9 gli autori delle varie recensioni; al termine dell’articolo presenteremo le nostre previsioni sul possibile vincitore: siamo fiduciosi di riuscire a indovinarlo questa volta!
Il secondo film tra i 9 candidati che vi proponiamo è The Post.

Non un secondo “Caso Spotlight”

La mia più grande paura all’inizio di questo film era di rivedere l’ex candidato agli Oscar “Il Caso Spotlight” rimasticato in un diverso contesto storico, ma con lo stesso plot. Il caro Steven Spielberg è stato in grado di farmi ricredere abilmente.

Il film tratta la vera storia dello scontro tra stampa e governo Nixon avvenuta all’inizio degli anni ’70 a causa di alcuni fascicoli riservati sulla guerra in Vietnam trafugati dagli uffici della RAND Corporation (organismo privato finanziato dallo stato che si occupa di analisi sulle politiche pubbliche, strategiche). In questi fascicoli si leggeva chiaramente che i presidenti Americani, che si sono susseguiti nel periodo della guerra, erano tutti a conoscenza del fatto che gli Stati Uniti stessero palesemente perdendo e mandando al macello migliaia di soldati. Ma per un presidente americano niente sarebbe stato più tragico dell’ammissione di una sconfitta o di una falla nel potere militare degli USA. Per questo motivo il segretario della Difesa Robert McNamara (Bruce Greenwood) passò gran parte del suo mandato a rassicurare l’opinione pubblica sullo stato della guerra pur essendo a conoscenza, per analisi da lui stesso richieste sul campo a Daniel Ellsberg (Matthew Rhys), che la situazione di svantaggio non mutava da anni.

Redazione del Washington Post

Zona spoiler

Da questi presupposti inizia la storia di una coraggiosa Katharine Graham (Meryl Streep) e di un impetuoso Ben Bradlee (Tom Hanks). Kay (come viene chiamata da tutti nel film) si trova al posto di comando del Washington Post, al tempo un giornale di provincia che stava per affermare la sua importanza con l’entrata in borsa. Tutta la vicenda si basa sulla responsabilità di Kay nei confronti del giornale durante la trattativa per il valore delle azioni dello stesso con le banche e gli investitori privati. Proprio in quella cruciale settimana il New York Times pubblica i documenti secretati sulla guerra in Vietnam. Il governo con un ingiunzione impedisce al Times di pubblicare ulteriori informazioni sui fascicoli in loro possesso.

Ne approfitta quindi Ben che, come direttore del Post, sentiva la necessità di dare una scossa al giornale per dimostrare la loro capacità ed importanza. Ma andare contro l’ingiunzione governativa avrebbe fatto rischiare l’arresto di lui e Kay, nonchè il ritiro dell’impegno degli investitori per sostenere l’entrata nella borsa americana. Il risultato sarebbe stato un crollo ed una probabile chiusura del Washington Post.
Come potrete immaginare e com’è ormai storia, in una notte di tensione, Kay darà il permesso alla pubblicazione dell’articolo e, grazie al sostegno dell’opinione pubblica e della Corte Suprema degli Stati Uniti, i giornali coinvolti nella diffusione delle notizie non furono ritenuti responsabili delle accuse mosse dal Presidente Nixon.

Locandina The Post

La libertà di stampa ieri e oggi

La questione che lascia più di stucco durante la visione di questo film è il trattamento originale riservato alla libertà di stampa. Essendo lo scontro su documenti governativi, tutti si sarebbero aspettati una grande attenzione sullo scontro con il governo. Invece, grazie alla presenza della questione economica dell’entrata in borsa, viene lanciato un messaggio alla società di oggi:

“La qualità è essa stessa motore del profitto”

La libertà di cui si parla quindi, non è solo quella che si deve avere dai poteri forti, ma anche quella che si deve avere dal profitto, dalla moneta. In un mondo in cui le fake news ed il clickbaiting sono diffusi su ogni giornale (anche su quelli che dovrebbero rappresentare un faro per i più piccoli) ricordare con questo film che la cosa che deve fare un giornale è dare notizie è stato il vero valore aggiunto dell’opera.

Un giornalista per fare il suo lavoro deve essere tranquillo, deve poter indagare, deve poter scavare e deve poter informare. Quand’è che uno scandalo grosso, negli ultimi anni, è stato scoperto da un giornale e non da Wikileaks? Che fine hanno fatto i veri giornalisti d’inchiesta, quelli che fanno notizia, quelli che lottano per la libertà d’informazione? Ma soprattutto perchè a nessuno interessa più l’informazione vera, ma solo l’ultimo studio dell’università del Massafruttolo sulla potenza sessuale dei pelati e dei capigliati?

Non si parla di femminismo, ma di vera uguaglianza

Io odio il nazi-femminismo, per me esiste solo l’uguaglianza. Questo film mi ha fatto godere nella sua esposizione dell’uguaglianza. Pensavate che una protagonista donna significasse femminismo spinto? Ebbene no, il regista è stato in grado di dare sentimento e responsabilità alla figura di Katharine, senza scadere in retoriche ridicole e faziose.

Kay è in tutto il film in una situazione scomoda, sia che si tratti di un problema economico (il valore dell’azienda), sia che si tratti di un problema politico (pubblicare o non pubblicare). In entrambe le situazioni gli uomini intorno a lei le fanno palesemente pesare il fatto di essere una donna, il fatto che non fosse lì per merito, ma per eredità, il fatto che non fosse forte abbastanza per dire quella parola in più adatta per mutare la situazione. È nella consapevolezza di Kay che si scorge la sua crescita, la sua presa di posizione. Ed è proprio per una dimostrazione di intelligenza, retorica, convenienza, e per un minimo moto di ribellione, che alla fine decide di mandare in stampa l’articolo.
La cosa piacevole è l’aver posto l’attenzione non sul coraggio di Kay nel pubblicare la notizia, ma sulla sua presa di posizione riguardo una questione seria, e soprattutto in maniera estremamente decisa nonostante fosse stata per tutta la vita una donna svilita.
Questo aspetto è ben rappresentato anche in un breve monologo della moglie di Ben:

Ma Kay…Kay occupa una posizione che non avrebbe mai immaginato di poter avere, che sicuramente tanta gente non crede sia in grado di ricoprire. E quando ti dicono continuamente che non sei bravo abbastanza, che la tua opinione non è altrettanto importante, quando non solo non ti degnano di uno sguardo, ma per loro non esisti nemmeno, quando è stato così per tanto tempo, è difficile convincersi che non sia vero. Quindi prendere questa decisione rischiando il suo futuro e l’azienda che è stata tutta la sua vita…beh penso che questo sia coraggioso

Un ispirazione dai giornali di ieri per i giornalisti di domani

Grazie a Spielberg questo film prende proprio l’aspetto di un tentativo di ispirazione per le nuove generazioni che dovrebbero ricordarsi che il giornalismo non è solo scrivere due parole per compiacere un direttore o dei lettori ormai spenti e lobotomizzati, ma è la missione più importante di una democrazia che vuole trasparenza ed una vera libertà d’espressione e d’opinione.