In vista degli Oscar del 04 Marzo abbiamo deciso di realizzare, come negli scorsi anni, una rubrica straordinaria sui 9 film candidati per la categoria Miglior film.
Ogni giorno, dal 23 Febbraio al 3 Marzo, verrà pubblicato un articolo su ogni film in gara. Il 4 Marzo, infine, verrà pubblicato un mega-articolo a cui contribuiranno tutti e 9 gli autori delle varie recensioni; al termine dell’articolo presenteremo le nostre previsioni sul possibile vincitore: siamo fiduciosi di riuscire a indovinarlo questa volta!
Il nono film tra i 9 candidati che vi proponiamo è Tre Manifesti a Ebbing, Missouri.

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri del regista britannico di origini irlandesi Martin McDonagh, è sicuramente il film più discusso di questo inizio anno, nonché uno dei favoriti all’Oscar. Vincitore di ben 4 Golden Globe – ovvero miglior film drammatico, miglior attrice in un film drammatico, miglior attore non protagonista e miglior sceneggiatore – il film segue le tragiche vicende di una madre, Mildred Hayes, il cui ruolo è interpretato da Frances McDormand, in cerca di giustizia per la figlia, Angela, bruciata viva dopo essere stata violentata. Il nome del film si riferisce ai tre cartelli pubblicitari in disuso affittati da Mildred sui cui fa scrivere le tre frasi:

”Stuprata mentre stava morendo”

“E ancora nessun arresto”

“Come mai sceriffo Willoughby?”

Da qui il film prende una piega decisamente inaspettata: i concittadini di Mildred che avevano sempre appoggiato la donna, nel momento in cui notano l’accusa allo sceriffo, sentono di prendere le difese dell’uomo, invece di appoggiare la battaglia di Mildred.

Questo perché lo sceriffo (interpretato da uno straordinario Woody Harrelson) è un esempio di rettitudine e diventa vittima delle accuse di Mildred solo perchè, essendo il capo, rappresenta l’incapacità delle autorità di scovare i colpevoli.

Mildred e lo sceriffo Willoughby

Bene e Male

E’ chiaro come McDonagh emuli lo stile dei fratelli Coen ( NdR Frances McDormand è la moglie di Joel Coen), in quanto il tema del “bene e male” è affrontato alla stessa maniera: non viene rappresentato qualcosa di totalmente giusto o totalmente sbagliato, in altri termini il bene e male non possono che risultare due facce della stessa medaglia. L’intento del regista è proprio quello di mettere in discussione le certezze dello spettatore e invitarlo a ragionare su una questione: ciò in cui crediamo deriva da un giudizio personale antropologico o è frutto di valori comunemente accettati senza una vera e propria capacità di riflessione (così come di fatto si sono comportati i concittadini di Mildred) ?

Mildred, Dixon e Willoughby

McDonagh compie anche una velata critica politica; infatti, il Missouri è uno di quegli stati, così come la maggior parte di quelli dell’entroterra statunitense, storicamente repubblicano, legato a valori tradizionali che andrebbero ridiscussi in seguito ad un progresso della civiltà. La rabbia di Mildred è la scintilla che accende le coscienze dei suoi concittadini, alimentando un fortissimo senso di colpa, sentimento che il regista ritiene opportuno sottolineare più volte al già citato scopo di entrare nella coscienza dei suoi spettatori. I dialoghi taglienti e colorati di un linguaggio diretto e volgare, creano personaggi con mille sfaccettature, come l’agente Jason Dixon, (interpretato da un Sam Rockwell in stato di grazia e candidato numero uno all’Oscar di Miglior Attore non protagonista).

Da discutere il finale, in contraddizione con il resto del film: se l’angoscia, la frustrazione ed il cinismo sono stati in larga parte i sentimenti dominanti del film, il finale apre uno spiraglio di luce.

Tale epilogo, secondo me, era tranquillamente evitabile dal regista perché così facendo dà l’impressione di ridimensionare il suo messaggio; personalmente mi sarei aspettato un finale meno buonista.