Quest’anno, dopo una piccola pausa nel 2017, abbiamo deciso di tornare a recensire i 9 film candidati come Miglior Film in questi Oscar 2018.

9 persone differenti hanno analizzato, lodato o affossato i 9 film candidati. Adesso è il momento di mettere insieme le opinioni di tutto il Cast (e non solo, dato che siamo stati aiutati da alcuni outsider di Tasc) e cercare di indovinare quale sarà il film che questa notte si aggiudicherà l’ambitissima statuetta dorata.

Prima di passare alle cose formali (semicit.), ripercorriamo tutti gli articoli che ci hanno portato a questo super-articolone:

Le nostre opinioni

The Shape of Water

The Shape of Water

Molti definiscono questo film una favola, ma è un definizione su cui non sono totalmente d’accordo: nonostante la storia possa essere di base definita tale, ci sono molti elementi un po’ più complessi che la distinguono, a partire dal rapporto più fisico, empatico tra Eliza e la creatura, passando per l’ambientazione e gli antagonisti, che incarnano più il peggio umano piuttosto che un vero e proprio cattivo delle fiabe. Il film di Del Toro ha comunque un approccio fiabesco per quanto riguarda i personaggi in se e lo svolgimento: la creatura è sovrumana, divina, così come Eliza è un’eccezione alla normalità. Gli unici personaggi normali, che fanno da collante tra l’eccezionale e il mondo comune sono il vicino di Eliza, Giles e la collega Zelda, che diventano testimoni e fondamentale aiuto per concretizzare il lieto fine. Forse è un volo pindarico, ma credo che questi due personaggi siano fondamentali per Del Toro perché simboleggiano ciò che può fare l’essere umano quando decide di ribellarsi ad un’ingiustizia.
Tornando al film, qui stiamo parlando di una corazzata: ben 13 candidature, tante quante “Via col Vento”, il primo “il Signore degli Anelli” e “Forrest Gump”. E’ difficilissimo aspettarsi un en plein, nella storia degli Oscar è capitato solo a “il ritorno del Re” che ne prese 11 su 11, “l’Ultimo Imperatore” e “Gigi” (entrambi 9 su 9). Ma “La forma dell’acqua” ha comunque buone chances di portare a casa diverse statuette, nonostante la polemica sull’originalità della sceneggiatura.

-Michelangelo Caruso

Bella storia mista di elementi fantastici e di diramazioni tragiche quella portata agli Oscar dal regista messicano. Il problema è che, come per Nolan, il suo cinema stia diventando un po’ troppo ripetitivo: alzi la mano chi non ha rivisto molto di quanto già visto ne Il labirinto del fauno. Ma questa, ovviamente, non deve essere vista per forza come una critica.

-Andrea Fusco

Al di là di tutte le polemiche legate all’originalità della sceneggiatura The Shape of Water è un bel film con degli ottimi attori: un Michale Shannon che, dopo Animali Notturni, si riconferma una sicurezza e un Michael Stuhlbarg che si attesta come attore estremamente eclettico e, sopratutto, un portafortuna per questi Oscar 2018: dove c’è lui c’è la candidatura (è presente, infatti, anche in Call Me by Your Name The Post). Inutile parlare di Doug Jones, che ormai è un attore feticcio di Del Toro. La pellicola è sicuramente curata in ogni minimo dettaglio; le musiche e la fotografia la rendono elegante e affascinante. Purtroppo però, sono troppe le analogie con Il Labirinto del Fauno (partendo da Doug Jones stesso fino ad arrivare alla scelta di una precisa collocazione storica, prima la guerra civile spagnola, ora la guerra fredda). Inoltre il ritmo è incalzante nella prima parte per poi rallentare nella seconda fino a giungere ad un finale, secondo i miei gusti, un po’ troppo sbrigativo e, sopratutto, eccessivamente fiabesco.

Magari il motivo è perché non sono un tipo da lieto fine, ma questo mi è parso solo un film godibile, non un capolavoro.

-Angelo Delicato

L’empatia che riesce a trasmettere Del Toro é molto sui generis. Lo spettatore guardando e osservando gli atteggiamenti di Elisa, non può che provare comprensione e soprattutto compassione per quella che è la sua delicata situazione. La spietatezza, la mancanza di simpatia, nel senso greco del termine, e la freddezza dei superiori nei suoi confronti sono tutti fattori che lasciano riflettere. Ancor più preoccupante, è però, l’indifferenza e la naturalezza con cui si decide di vivisezionare l’essere anfibio, con una totale deficienza di empatia. Tralasciando l’alta qualità della fotografia, il messaggio ultimo, seppur apparentemente banale, è la forza del sentimento amoroso che riesce ad abbattere tutto durante il suo percorso. Il film potrebbe essere interpretato anche in molti altri modi, ma uno di questi è sicuramente una sorta di invito allo spettatore, di non aver mai paura delle differenze che ci rendono unici ed andare sempre oltre.

-Annibale Torcicollo

Uno dei più quotati a vincere la statuetta di miglior film. Una fiaba moderna che mostra come, anche nell’apparente diversità, due amanti possano riuscire a trovarsi e a scoprire il vero amore.

Ottima la scenografia e, sopratutto, la regia di Del Toro.

-Francesco Iacobucci

The Post

The Post

Il cavallo più tormentato delle serie Tv (BoJack) dice:

Il lieto fine è una cosa inventata da Steven Spielberg per vendere biglietti

Guardando tutta la sua filmografia non posso che concordare con questa affermazione. Inoltre non sono un grandissimo film del regista statunitense, però ho trovato questo film godibile. Per non farmi odiare Spielberg ci sono voluti Meryl Streep Tom Hanks, entrambi completamente a proprio agio nei personaggi da loro interpretati. Il tema è sicuramente di quelli ti-piace-vincere-facile, oggi più che mai, e l’operazione è sicuramente ben riuscita. Molti lo hanno accostato al Caso Spotlight: il tema di fondo è sicuramente lo stesso, ma mentre quest’ultimo si sofferma su una questione in particolare (gli abusi sui minori da parte dei membri della Chiesa Cattolica) l’opera di Spielberg rimane sula questione più generale della libertà di stampa, con una velata strizzatina d’occhio alla questione femminile.

Dunque la domanda fondamentale è questa: si tratta di una semplice furbata/operazione commerciale o Spielberg crede davvero nei lieto fine?

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-Angelo Delicato

Con un intramontabile Meryl Streep, e uno straordinario Tom Hanks, non ci si poteva aspettare che una pellicola di alta qualità. Il film, con minuziosa particolarità e con fedeltà allo stesso tempo per i fatti realmente accaduti, riesce a raccontare bene, quello che è forse uno degli scandali più clamorosi della storia della politica americana. Interessante è anche la celebrazione di due importanti quotidiani storici: il Washington Post ed il New York Times, che sono vidi da dietro le quinte delle loro redazioni. Legato a quest’timo aspetto vi è anche il racconto fedele di quello che potrebbe essere lo scontro titanico tra due importantissime testate giornalistiche, quali le sopracitate. Commovente è il messaggio finale del film, accanto al suo ruolo di film biografico: la vittoria della libertà di stampa, che è uno dei pilastri inamovibili di qualsiasi paese democratico. A qualsiasi spettatore verranno i brividi alla frase pronunciata dal giudice a giustificare il verdetto a favore del Post: “la stampa deve essere a servizio dei governati e non dei governanti”.

-Annibale Torcicollo

Bello e coinvolgente l’ultimo film di Spielberg che, insieme ad attori di alto spessore, porta in scena una vicenda scabrosa rappresentata tutta d’un fiato senza prendersi troppe pause. Per il calibro degli interpreti ha avuto molto successo, però forse ne avrebbe avuto di più se fosse uscito prima o molto dopo Il caso Spotlight.

-Andrea Fusco

Call Me by Your Name

Call Me by Your Name

Se durante tutto il film ho avvertito l’ombra di Olivier Assayas, soprattutto quello di Qualcosa nell’aria, non so cosa può voler dire. Paradossalmente il film merita di essere visto più per alcuni tecnicismi sparsi e l’interpretazione di Timothée Chalamet che per la storia d’amore.

-Andrea Fusco

Quando ho assistito alla nomina di questo film agli Oscar 2018 avevo addosso un hype indescrivibile, ero estremamente fiero che un regista italiano portasse la propria creatura agli Academy e oltretutto avevo sentito solo persone che lo elogiavano. Ho guardato la pellicola senza nemmeno vedere un trailer prima, quindi ero completamente ignaro del tema trattato, e purtroppo il film non mi è piaciuto.

Mi spiego meglio: non sono riuscito a empatizzare con nessuno dei due protagonisti (anche se Timotheè Chalamet ha sfornato una prestazione eccezionale). La trama è semplicemente quella di una storia d’amore che inizia e finisce (fortunatamente senza un lieto fine: dite le cose così come sono nella vita reale!) senza alcuna forzatura sulla questione omosessuale, che passa quasi in secondo piano. Le ambientazioni, la fotografia sono sicuramente una piccola perla e aiutano a creare un’atmosfera bucolica e, sopratutto, estremamente elegante.

La cosa che ho più apprezzato della pellicola è il fenomenale discorso del padre nei minuti finali del film, davvero toccante e, sopratutto, quanto mai vero.

-Angelo Delicato

Dunkirk

Dunkirk

Dunkirk segue in linea di massima lo stile dei suoi predecessori, laborioso, esagerato, forse con un’eccessiva frammentazione narrativa che suscita nello spettatore qualche dubbio. Eppure il tutto funziona. Non c’è mai un nemico reale e concreto nel film eppure la tensione è continua e palpabile in moltissime scene. Il ritmo incalzante e gli scenari immensi svolgono un ruolo chiave per l’immersione totale nel film, che coinvolge a tal punto da far immedesimare chi guarda, a vivere le stesse sensazioni di ansia e claustrofobia dei personaggi.
Tutto è ridotto al necessario, a partire dalle scene in cui è ambientato, acqua, aria e terra, fino ai dialoghi, anch’essi ridotti all’osso, dove gli attori sono mossi solo da istinti primordiali e impulsi improvvisi dettati dalla paura. Un breve pezzo di storia in uno spettacolo cinematografico.

-Marika Buonanno

Con questa opera Nolan ha cercato di rivoluzionare il concetto di “film sulla guerra“. C’è riuscito? Sì, però non ha centrato completamente l’obiettivo. Interessante la divisione della trama in tre parti che si congiungono verso il finale. Il punto forte del film è senza dubbio l’esperienza sonora. Nota dolente, IMHO, la colonna sonora: Zimmer sembra averla riciclata dalla sua precedente collaborazione con Nolan.

-Francesco Iacobucci

Ho cercato a lungo una parola per condensare le mie emozioni sull’ultimo film di Nolan e alla fine l’ho trovata: poderoso.

Dunkirk è un film di guerra in cui non vediamo i nemici, in cui non assistiamo a sparatorie, uccisioni a corpo a corpo o qualsiasi altra cosa siamo abituati a vedere. Nolan ci porta con sè sulle spiagge di Dunkerque alla ricerca di un modo per tornare a casa. Un film ansiogeno e a tratti claustrofobico che mette in risalto la parte della guerra che di solito gli altri registi omettono (siamo abituati a vedere soldati che non vedono l’ora di compiere stragi a destra e sinistra: beh, purtroppo non è così).

La fotografia è spettacolare, la colonna sonora è un crescendo di ansia, per non parlare della scelta di suddividere le linee temporali che, nonostante siano sproporzionate, convergono allo stesso momento.

Un film che, data la striminzita sceneggiatura, lascia parlare le immagini. Personalmente, mi azzarderei a definirlo un capolavoro.

-Angelo Delicato

Nolan, come ci ha abituato nella sua carriera, continua a giocare con il concetto di spazio e tempo. I problemi, però, sono essenzialmente due: uno, più specifico, è che le tre storie sono completamente sproporzionate; il secondo, più generale, è la sensazione che il suo modo di fare cinema stia diventando troppo di maniera. Comunque dal punto di vesta grafico è veramente spettacolare.

-Andrea Fusco

Get Out

Get Out

Questa è la prima puntata della quinta stagione di Black Mirror che vorrei vedere. Un ritmo incalzante che ti trascina nelle paureparanoie del protagonista. Un film anti-razzista senza parlare di razzismo, un film contro il classismo. La scelta di non prendersi troppo sul serio, inserendo un personaggio semi-comico, che può chiudere la vicenda senza essere un punto chiave, e la violenta giustizia finale rendono questo uno dei miei film distopici preferiti.

-Alessandro Ionni

Ottimo esordio alla regia per Jordan Peele che ci regala questo thriller dalle nemmeno tanto velate tinte horror. Il ritmo è ben gestito durante le scene in cui Chris viene coinvolto nell’assurda vicenda, così come son ben strutturati i colpi di scena, meno riusciti sono gli intervalli comici con protagonista Rod o la continua marcatura della questione razziale. Nel complesso, però, uno dei migliori.

-Andrea Fusco

Uno dei miei favoriti per questi Oscar 2018: 4 candidature nelle categorie più in vista, e – va detto – tutte meritate: un thriller che riesce benissimo a rendere la dimensione del dramma di Chris, che di momento in momento percepisce sempre più l’inquietante destino che la famiglia degli Armitaige sta progettando per lui. C’è tensione, c’è suspance, c’è il senso di impotenza ed anche una sottile critica antirazzista che viene sfruttata bene per sottolineare alcune contraddizioni palesi dell’America moderna. Il film di Peele diventa una forma di satira degna dei fasti dell’Antica Grecia, con personaggi grotteschi come maschere e ambientazioni claustrofobiche. Credo che il team di Get Out difficilmente tornerà a casa a mani vuote.

-Michelangelo Caruso

Un triller con sprazzi di horror. Get Out è senza ombra di dubbio il film più godibile tra tutti quelli candidati. Daniel Kaluuya, dopo Black Mirror, torna in una situazione oltremodo distopica. Un film che mischia vari generi e capovolge la questione razzista. Il grande neo di questa pellicola è che si tratta di una trama davvero telefonatissima: sono stato in grado di indovinare il 90% degli avvenimenti con largo anticipo (e non sono certamente un genio). Dunque attendo con ansia la prossima opera di Jordan Peele sperando che riesca a sfornare una pellicola altrettanto godibile e interessante.

E ricorda Jordan: ci piacciono i colpi di scena.

-Angelo Delicato

Il Filo Nascosto

Il Filo Nascosto

Nessuno avrebbe mai previsto, che, una semplice cameriera avrebbe stravolto e cambiato per sempre la vita di un pilastro della moda degli anni ’50 in Inghilterra. Quella che all’inizio sembrava soltanto un’ennesima attrazione effimera basata su piaceri fisici, si è rivelata poi, molto di più. Reynolds Woodcock (interpretato da un brillante Daniel Day-Lewis) è un affermato stilista che occupa le sue giornate con la medesima routine, pretendendo che non venga minimamente disturbato durante le ore in cui immagina e crea dal suo genio nuovi vestiti. Questa rigidità viene però rotta dall’incontro con Alma (una meravigliosa Vicky Krieps) la quale, quasi con sfida, cerca di provocarlo durante le ore più importanti della giornata, come ad esempio il momento della colazione. L’intento di Alma è quello di far capire a Reynolds di andare oltre e di farlo sciogliere dalla sua ossessione a cercare la perfezione nel suo mestiere. Arriverà addirittura ad avvelenarlo, per renderlo impotente e debole, ergo dipendente da lei, e saranno questi i momenti in cui paradossalmente il loro rapporto raggiungerà la sua massima espressione. Verrebbe quasi da dire in modo provocatorio, che, è la malattia, a rappresentare la cura per la conservazione del loro rapporto.

-Annibale Torcicollo

Un film che non ha assolutamente nulla di convenzionale, un personaggio estremamente particolare (interpretato magistralmente da uno degli attori migliori di sempre: il grandioso Daniel Day-Lewis) e una storia d’amore disturbante. Tra le note negative devo sottolineare il fatto che ho trovato il film un po’ claustrofobico, con scene quasi sempre in ambienti chiusi e piccoli, così da spostare l’attenzione sui protagonisti (tranne nella scena del ballo di Capodanno). Una trama controversa che mi ha fatto pensare ad una cosa in particolare: il compromesso.

Dopo questo film ho deciso di recuperare la filmografia di Paul Thomas Anderson che, ignorantemente, avevo ignorato fino ad ora.

-Angelo Delicato

Lady Bird

Lady Bird

Come spesso accade negli ultimi anni, registi esordienti o semi esordienti si concedono un film semi-autobiografico, e Greta Gerwig mette in scena tutta la semplicità e la spontaneità che ci ha mostrato nella sua carriera da attrice. Da menzionare è sicuramente Saoirse Ronan, veramente ben calata nella parte.

-Andrea Fusco

Una trama molto semplice, ma al femminile. Questa è la caratteristica che ha permesso al film di inserirsi nella lista dei 9 pretendenti all’ambito premio. Saoirse Ronan si impone con la sua bravura e conferma pienamente la sua capacità attoriale.

-Francesco Iacobucci

L’ora più buia

L'ora più buia

Se avete visto Dunkirk, potete approfondire l’argomento e guardare quest’altro film. Si, è l’ennesimo basato su una personalità storica, ma trova salvezza nella superlativa interpretazione di Gary Oldman che è riuscito a rendere il film godibile e che, quasi sicuramente, gli varrà l’Oscar come miglior attore protagonista.

-Francesco Iacobucci

Un film che si regge completamente sulla grandissima performance di Gary Oldman che sembra essere il favorito alla statuetta più ambita dagli attori. Tutte le persone con cui ho discusso lo hanno affossato, forse proprio per questo motivo l’ho guardato senza troppe aspettative. In fin dei conti un film senza infamia e senza lode, probabilmente di cui non avevamo bisogno data la mole di pellicole praticamente uguali a questa, ma tutto sommato un film guardabile.

-Angelo Delicato

Tim Bevan ci racconta i passi che hanno portato Churchill al governo del paese e a dichiarare guerra alla Germania nazista. Con queste premesse era difficile non farsi prendere da un desiderio di pancia, e infatti la pellicola non riesce a scrollarsi di dosso la patina di ruffianeria che troppo spesso caratterizza questo tipo film. L’ora più buia si regge sull’ottima interpretazione di Gary Oldman, per il resto siamo nella media.

-Andrea Fusco

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

Incredibile. Inteso in ogni aspetto, le impeccabili interpretazioni di Frances McDormand e Woody Harrelson portano sulla scena uno spaccato dell’America più profonda e crudele. La disperazione di una madre si scontra con l’indifferenza mista a una punta di rancore della comunità a cui appartiene: la vicenda ruota attorno a una premessa terribile, la violenza e morte di una giovane ragazza, e a come questa madre affronta le indagini apparentemente arenate in una secca.
Uno dei probabili vincitori del premio come Miglior Film.

-Monica Tondelli

Questo film, assieme a Dunkirk, è l’unico che mi sento di recensire in maniera completamente positiva. Mi ha colpito sotto tutti i fronti: personaggi, contesto, trama.

Sulle performance degli attori preferisco glissare: vi ricordo solamente che sono candidati sia la McDormand che Rockwell e Harrelson.

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri è un processo di redenzione e di perdono. L’affissione dei 3 cartelli è la miccia che fa scattare lo sviluppo sia del personaggio di Mildred che di quello di Dixon. Due personaggi antitetici, ma accomunati da una rabbia insita al loro intorno che muove le loro azioni. La morte di Willoughby è l’avvenimento che permette ad entrambi di comprendere i loro errori e il viaggio finale è in un certo senso un’azione purificatrice, ma di cui nemmeno loro sono totalmente certi. Come è stato già detto il finale è molto in stile fratelli Coen e, inizialmente, lascia lo spettatore un po’ meh. Ripensandoci a freddo, invece, credo che sia il finale perfetto per una pellicola del genere.

Spero vivamente siano loro a portarsi a casa la statuetta, se lo meritano.

-Angelo Delicato

Sembra che la carriera da sceneggiatore e regista teatrale di Martin McDonagh rivesta una fetta importante nella sua formazione. Infatti mette in scena e dirige un film che in pochi ambienti riesce a raccontare una storia molto incisiva. Tolti alcuni svarioni qua e la il film è molto bello ed il cast è di quelli da non sottovalutare.

-Andrea Fusco

E’ probabilmente il favorito dell’Academy. Mette in risalto una tematica particolarmente importante e lo fa ponendo come protagonista una donna tenacegrintosa. Film indipendente ben riuscito: grandi capacità attoriali e ottima sceneggiatura.

-Francesco Iacobucci

Sarò una voce fuori dal coro, e già per questo prendetela mia opinione con le pinze, ma devo essere onesto: non trovo questo film meritevole di Oscar. Intendiamoci: non è un brutto film, anzi. Nel complesso è un ottimo prodotto, con una storia interessante, ben girata, e bravi attori. Ma non abbastanza per competere per ben 6 statuette. Il problema però per me sta nei personaggi, ed è pure bello grosso. Capisco l’intento sperimentale, che vuole mostrare le diverse sfaccettature dei protagonisti, ma purtroppo dei dialoghi costruiti col solo intento di esaltare la protagonista e di far andare le cose secondo un binario, senza un respiro realistico, si percepisce troppo. Oltretutto costellare la storia di personaggi funzionali solo a dei piccoli momenti utili alla narrazione, pesa molto sulla credibilità generale. Inoltre il finale alla fratelli Coen lo trovo un po’ fastidioso: come sono sicuro potrebbe infastidire vedere un film con inquadrature simmetriche e tonalità pastello girato da qualcuno che non sia Wes Anderson. La fortuna di questo film è probabilmente il momento storico: nell’epoca di #MeToo e dello scandalo Weinstein, un film che ha per incipit la violenza sulle donne e per protagonista una donna forte e risoluta, ha sicuramente avuto un grande traino.

-Michelangelo Caruso

Questa straordinaria pellicola potrebbe esser considerata come la celebrazione del perdono. Ed è questo il messaggio implicito all’interno del film. Il perdono come unico modo per poter porre fine a quello che altrimenti sarebbe un circolo vizioso senza fine. La deduzione di ciò viene dal fatto che in almeno tre scene del film viene fatta emergere dal regista, l’elasticità mentale di andare oltre e di concedere il sacro dono del perdono. Il primo esempio di ciò è costituito da Bill, il quale pur sapendo che i famigerati tre manifesti rovinerebbero la sua fama e reputazione, fondamentalmente, comprende la rabbia di una donna che ha perso sua figlia e non la frena più di tanto. L’altro accenno è presente nel momento in cui Dixon e Red, che si erano reciprocamente “fatti male”, ritrovandosi per uno scherzo del destino nella stessa stanza d’ospedale, fanno essenzialmente “la pace”. L’ultimo grande momento del film è presente nelle battute finali del film, quando Mllred capisce l’insensatezza di uccidere uno stupratore, che tuttavia non c’entra nulla con la morte della figlia, perché questo non risolverebbe nulla. Nonostante, dunque, la rabbia, e la voglia di giustizia di una madre che ha perso sua figlia per mano di un criminale, vi è un messaggio positivo in ultima analisi: Perdonare e andare avanti.

-Annibale Torcicollo

And the Oscar goes to…

KEVIN SPACEY!

Ok, ci piace troppo citare Caparezza negli articoli, pardon.

Il nostro pronostico per il vincitore della statuetta come Miglior Film agli Oscar 2018 è:

Tre Manifesti a Ebbing, MIssouri

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri!

Questa notte scopriremo se c’abbiamo visto giusto. Buona Notte degli Oscar!